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Tokyo è una grande cucina. I giapponesi si conoscono a tavola

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Tokyo è una grande cucina. I giapponesi si conoscono a tavola

Quando Flavio Parisi è arrivato per la prima volta a Tokyo, vent’anni fa, nella valigia aveva due chili di spaghetti e due lattine di pelati, perché non sapeva quanto avrebbe potuto sopravvivere senza cibo italiano. Invece si è trovato a usarli più di un mese dopo, e solo perché i nuovi amici giapponesi volevano a tutti i costi provare la sua famosa pasta al sugo. Così, mentre in Italia prendeva piede la moda dei sushi all-you-can-eat, Parisi iniziava dall’altra parte del mondo una nuova vita come insegnante di italiano per i cantanti d’opera di Tokyo, imparava i rudimenti della lingua e soprattutto scopriva questa inedita, bruciante passione: la cucina giapponese, in un certo senso il “vero motivo” per cui è riuscito a mettere radici qui. A Tokyo infatti è impossibile mangiare male: che tu entri in una izakaya alla buona o in un ristorante ricercato di sushi, che tu approcci un banchetto di yakitori alla griglia o una taverna specializzata in soba, puoi stare tranquillo. La grande cura (maniacale) per la forma che caratterizza i giapponesi si riflette nel modo in cui intendono la preparazione e il servizio dei piatti: basta osservare il cuoco al bancone che adatta il ritmo di frittura a quello con cui i diversi clienti mangiano, per servire a ognuno la tempura al suo apice di croccantezza e sapore. In questa iniziazione spirituale e gastronomica insieme, Flavio scoprirà l’ispida tenerezza dei lavoratori al mercato del pesce e la solitudine dello shokunin, il maestro del sushi, e noi con lui in contreremo vecchi sommelier di riso e giovani distillatori di nihonshu (per i neofiti: sake), scienziati dell’umami, pasticceri fan dei maritozzi e musicisti girovaghi. Se Tokyo è una grande cucina, non è solo questione di qualità: l’interesse dei giapponesi per il cibo è qualcosa che si fa cultura, condivisione, festa profana e rito religioso insieme. Ed è uno spirito che alla fine ci accomuna: dopo vent’anni, ancora oggi ogni giorno Flavio Parisi si stupisce di quanta Italia trovi in questo lontanissimo Giappone.
Quando Flavio Parisi è arrivato per la prima volta a Tokyo, vent’anni fa, nella valigia aveva due chili di spaghetti e due lattine di pelati, perché non sapeva quanto avrebbe potuto sopravvivere senza cibo italiano. Invece si è trovato a usarli più di un mese dopo, e solo perché i nuovi amici giapponesi volevano a tutti i costi provare la sua famosa pasta al sugo. Così, mentre in Italia prendeva piede la moda dei sushi all-you-can-eat, Parisi iniziava dall’altra parte del mondo una nuova vita come insegnante di italiano per i cantanti d’opera di Tokyo, imparava i rudimenti della lingua e soprattutto scopriva questa inedita, bruciante passione: la cucina giapponese, in un certo senso il “vero motivo” per cui è riuscito a mettere radici qui. A Tokyo infatti è impossibile mangiare male: che tu entri in una izakaya alla buona o in un ristorante ricercato di sushi, che tu approcci un banchetto di yakitori alla griglia o una taverna specializzata in soba, puoi stare tranquillo. La grande cura (maniacale) per la forma che caratterizza i giapponesi si riflette nel modo in cui intendono la preparazione e il servizio dei piatti: basta osservare il cuoco al bancone che adatta il ritmo di frittura a quello con cui i diversi clienti mangiano, per servire a ognuno la tempura al suo apice di croccantezza e sapore. In questa iniziazione spirituale e gastronomica insieme, Flavio scoprirà l’ispida tenerezza dei lavoratori al mercato del pesce e la solitudine dello shokunin, il maestro del sushi, e noi con lui in contreremo vecchi sommelier di riso e giovani distillatori di nihonshu (per i neofiti: sake), scienziati dell’umami, pasticceri fan dei maritozzi e musicisti girovaghi. Se Tokyo è una grande cucina, non è solo questione di qualità: l’interesse dei giapponesi per il cibo è qualcosa che si fa cultura, condivisione, festa profana e rito religioso insieme. Ed è uno spirito che alla fine ci accomuna: dopo vent’anni, ancora oggi ogni giorno Flavio Parisi si stupisce di quanta Italia trovi in questo lontanissimo Giappone.
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Quando Flavio Parisi è arrivato per la prima volta a Tokyo, vent’anni fa, nella valigia aveva due chili di spaghetti e due lattine di pelati, perché non sapeva quanto avrebbe potuto sopravvivere senza cibo italiano. Invece si è trovato a usarli più di un mese dopo, e solo perché i nuovi amici giapponesi volevano a tutti i costi provare la sua famosa pasta al sugo. Così, mentre in Italia prendeva piede la moda dei sushi all-you-can-eat, Parisi iniziava dall’altra parte del mondo una nuova vita come insegnante di italiano per i cantanti d’opera di Tokyo, imparava i rudimenti della lingua e soprattutto scopriva questa inedita, bruciante passione: la cucina giapponese, in un certo senso il “vero motivo” per cui è riuscito a mettere radici qui. A Tokyo infatti è impossibile mangiare male: che tu entri in una izakaya alla buona o in un ristorante ricercato di sushi, che tu approcci un banchetto di yakitori alla griglia o una taverna specializzata in soba, puoi stare tranquillo. La grande cura (maniacale) per la forma che caratterizza i giapponesi si riflette nel modo in cui intendono la preparazione e il servizio dei piatti: basta osservare il cuoco al bancone che adatta il ritmo di frittura a quello con cui i diversi clienti mangiano, per servire a ognuno la tempura al suo apice di croccantezza e sapore. In questa iniziazione spirituale e gastronomica insieme, Flavio scoprirà l’ispida tenerezza dei lavoratori al mercato del pesce e la solitudine dello shokunin, il maestro del sushi, e noi con lui in contreremo vecchi sommelier di riso e giovani distillatori di nihonshu (per i neofiti: sake), scienziati dell’umami, pasticceri fan dei maritozzi e musicisti girovaghi. Se Tokyo è una grande cucina, non è solo questione di qualità: l’interesse dei giapponesi per il cibo è qualcosa che si fa cultura, condivisione, festa profana e rito religioso insieme. Ed è uno spirito che alla fine ci accomuna: dopo vent’anni, ancora oggi ogni giorno Flavio Parisi si stupisce di quanta Italia trovi in questo lontanissimo Giappone.

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